Nel nostro Blog abbiamo già accarezzato l’argomento dell’inclusione e dell’accessibilità, ma non abbiamo mai dato lo spazio alla figura che per eccellenza funge da ponte culturale con la comunità sorda, ovvero i C.O.D.A.
Un termine che identifica non solo una condizione familiare, ma una vera e propria identità culturale.

Cosa significa essere CODA?
C.O.D.A. è l’acronimo di Child of Deaf Adults, ovvero figlio udente di genitori sordi.
Il termine nasce nei primi anni ’80 grazie a Millie Brother - anche lei figlia di genitori sordi - e studentessa della celebre Gallaudet University di Washington, il più importante ateneo al mondo dedicato all’istruzione delle persone sorde e bilingui in lingua dei segni.
Attraverso le sue ricerche, Brother osservò un dato sorprendente: circa il 90% dei figli di genitori sordi nasce udente. Da questa consapevolezza nasce l’esigenza di dare voce a una comunità invisibile ma numerosa, creando la CODA International, organizzazione che ancora oggi promuove supporto, confronto e valorizzazione dell’identità CODA.
Perché essere CODA significa vivere costantemente tra due universi culturali: quello udente e quello sordo.
Crescere tra due lingue e due culture
Molti CODA imparano la lingua dei segni prima ancora della lingua parlata. Per loro la LIS, non è semplicemente uno strumento comunicativo: è la lingua della casa, degli affetti, delle emozioni.
Questo li porta spesso a sviluppare una forma di bilinguismo precoce, che secondo numerosi studi, può favorire:
- maggiore flessibilità cognitiva;
- facilità nell’apprendimento di altre lingue;
- capacità avanzate di lettura del contesto e della comunicazione non verbale;
- forte empatia relazionale.
Ma accanto agli aspetti positivi esistono anche responsabilità molto complesse.
CODA e cultura pop: quando il cinema accende i riflettori
Negli ultimi anni il mondo del cinema e delle piattaforme streaming ha iniziato a raccontare con maggiore sensibilità la realtà delle famiglie sorde.
Uno dei titoli più recenti arrivati anche in Italia è “Non abbiam bisogno di parole”, distribuito da Netflix. Il film riprende il soggetto del celebre francese "La Famille Bélier", ma introduce una differenza importante: il regista Luca Ribuoli ha scelto di coinvolgere attori sordi, contribuendo a una rappresentazione più autentica della comunità Deaf.
La storia ruota attorno al delicato equilibrio vissuto da molti ragazzi CODA: il desiderio di costruire la propria strada senza sentirsi in colpa per il distacco dalla famiglia.
Anche il film premio Oscar “CODA – I segni del cuore” del 2021 ha avuto un ruolo fondamentale nel portare questa realtà al grande pubblico. La pellicola, prima nella storia con un cast principalmente composto da attori sordi, ha aperto un dibattito internazionale sulla rappresentazione della sordità nel cinema.
Quando un bambino diventa “interprete”
Molti CODA raccontano di aver vissuto, già in età infantile, situazioni in cui si sono trovati a fare da mediatori tra i propri genitori e il mondo esterno.
Colloqui scolastici, visite mediche, pratiche burocratiche, telefonate importanti: episodi quotidiani in cui il bambino assume inconsapevolmente un ruolo adulto.
Naturalmente ogni esperienza familiare è diversa, ma molti CODA condividono la sensazione di essere cresciuti “più in fretta”, sviluppando autonomia e capacità comunicative fuori dal comune.
È anche per questo che numerosi CODA diventano, da adulti, interpreti LIS, educatori, mediatori culturali o professionisti impegnati nell’accessibilità.
Una cultura “ibrida” che arricchisce
Uno degli aspetti più interessanti della cultura CODA è proprio la sua natura ibrida.
I CODA non appartengono completamente né al mondo udente né a quello sordo: vivono in una continua traduzione culturale. Questo li rende spesso particolarmente sensibili ai temi dell’inclusione, della diversità e della comunicazione autentica.
Per molte persone sorde, infatti, la sordità non rappresenta soltanto una condizione medica, ma anche un’identità culturale con una propria lingua, una propria storia e una propria comunità.
I CODA crescono quindi in un ambiente dove il concetto di “ascoltare” va oltre il suono: significa osservare, interpretare, percepire le emozioni attraverso il volto, il corpo e lo spazio.
Parlare di CODA significa parlare di accessibilità, ma anche di identità, relazioni e cultura, comprendendo che la comunicazione passa anche tramite molteplici forme di connessione umana.
Ed è forse proprio questo il più grande insegnamento della comunità CODA: imparare che esistono infiniti modi di ascoltare il mondo.
